E che cos'è un diario? Per
qualche anno, parecchio tempo fa, ho tenuto una sorta di diario privato, in
particolare nei momenti in cui avevo paura di perdere memoria delle esperienza
fatte, delle persone incontrate, delle parole e del loro peso. Dal mio punto di
vista, un diario è quindi uno spazio artificiale, un interlocutore muto, da
inventare quando il bisogno di condivisione delle esperienze quotidiane non
trova altri canali in cui sfociare. In parole più semplici, scrivere un diario
è per me una forma di lotta alla solitudine, perché proprio attraverso il
diario posso parlare a qualcuno che (ancora) non c’è e non mi può ascoltare -
anche se spesso non scrivo che per parlare con me stesso.
Ed io sì, per un certo periodo
della mia permanenza qui sono stato, diciamo, solo. Nelle prime settimane la Russia
si è presentata ai miei occhi come un intricato groviglio di problemi con la
lingua, con le comunicazioni, con l’università, con i corsi, con lo studentato
e con il cibo. Nelle prime settimane, in cui mi sentivo quasi totalmente
estraneo alla realtà in cui ero capitato, provavo un bisogno molto forte di
raccontare a tutti le cose nuove e bizzarre che mi capitavano, sia quelle
negative (ops, il tetto perde un po’ di acqua, cara!) sia quelle positive (come
le bellissime giornate di pesca).
Ma l’abitudine progressiva, il cinico
callo a questo paese ed alle sue forme e dinamiche insondabili non è e non può
essere la sola causa dell’interruzione del mio diario, perché sono sicuro che
la risposta è un’altra. Anzi, la risposta sono gli altri. Proprio così: gli
altri.
La vera ragione per cui ho smesso
di scrivere per condividere le mie esperienze con le altre persone e non
sentirmi più solo e lontano da tutti è molto semplice: ho smesso di sentirmi solo.
| Foto ricordo del viaggio |
In primo luogo, non
sono venuto qui da solo, per fortuna. Non so come avrei fatto a non impazzire o a cadere in
depressione senza Marcello e Beatrice, e al sostegno che ci diamo l’un l’altro
anche solo passando il tempo insieme (e sono sicuro che loro direbbero lo
stesso). Penso di non aver mai condiviso così tanto la mia vita quotidiana con
altre persone giorno dopo giorno, lezione dopo lezione (o, come direbbe Giorgio,
tenebra dopo tenebra), e se potessi tornare indietro e scegliere di nuovo i
miei compagni di viaggio, sceglierei loro, e nessun altro.
Ma questo non è tutto. Qualche
settimana dopo il nostro arrivo, io ed i miei compagni eravamo comunque ancora sperduti,
disorientati dal caos russo (per le strade, all'università, allo studentato) e
sconfortati dal contatto quotidiano con una realtà che non riuscivamo a fare
nostra. Finché una fortunata mattina, persi nel fondo di un'angusta marshrutka, una
ragazza (che mai ringrazieremo abbastanza) ci sentì parlare tra di noi e, in un
perfetto italiano, si presentò e ci raccontò di un
centro di cultura italiana dove avrebbero avuto molto piacere di ospitarci.
Lì per lì, più che scettici, non
ce ne fregava proprio nulla (il pessimismo era a livelli cosmici), e non accogliemmo l’invito con salti di
gioia. Forse più per cortesia che per reale interesse alla fine accettammo,
accordandoci per un incontro un pomeriggio davanti al Kreml’. Quel pomeriggio
fissato, ci trovavamo sotto le mura bianche del campanile, quando ad un certo
punto si avvicinò a noi una macchina, che ci portò al centro di cultura
italiana, il “Passerotto”. E fu così che incontrammo Tamila.
La fondatrice del centro italiano
di cultura alla prima impressione sembra “solo” una persona molto gentile che
parla in italiano meglio degli italiani stessi, ma dopo un po’ rivela la sua
vera natura: dietro al suo sorriso e alla sua disponibilità si nasconde in realtà
un vulcano inarrestabile di idee, di entusiasmo e soprattutto di energie che
non si ferma davanti a nessun ostacolo - sia essa la concorrenza sleale o una
pessima copia di Lady Gaga. Soprattutto, senza di lei non esisterebbe “il
Passerotto”, un centro di cultura italiana (ma anche francese, inglese,
spagnola, peruviana…), il cui miglior pregio non sono né gli ottimi corsi di
lingua, né le splendide aule, né gli insegnanti madrelingua.
Il miglior pregio del Passerotto
è che non si tratta di una semplice scuola, ma di una famiglia nel vero senso termine, cioè un gruppo di persone che insieme vivo e condividono esperienze. In breve, Via Kazanskaja 81 è diventata
la nostra vera “casa” qui ad Astrachan’. Quando ci annoiamo e non riusciamo a
vedere la fine di queste giornate russe troppo lunghe (eppure già quasi
finite…), il nostro primo pensiero va al “Passerotto”, ed alle persone che abbiamo trovato lì dentro: Timur, Dasha, Masha, Alonso, i
nostri studenti del corso A1, le ragazze del corso A2, e chissà quanti ne sto dimenticando…
Fra un mese, quando ripartiremo
e torneremo ognuno a casa propria, penso che il pensiero più grande sarà
rivolto alle persone che abbiamo conosciuto qui grazie al “Passerotto”, alla
calda accoglienza ed alla gentilezza che ci hanno sempre donato, alla
bellissima esperienza di insegnare l’italiano in Russia e soprattutto alle ore
leggere ed al tempo passato insieme.