lunedì 26 novembre 2012

Sull'utilità dei passerotti, e più in generale dell'amicizia - Про полезность боробушков, и дружбы в общем


Torno a scrivere nel blog dopo più di due mesi di assenza, scusandomi con i miei ventitré lettori, e cercando di riprendere il filo di un discorso perso già da troppo tempo. I vari scompensi e le peripezie della vita russa, o meglio della vita in uno studentato russo - mancanza di Internet, coprifuoco notturno e giovani governanti urlatrici ed invasioni di cavallette - non sono sicuramente i motivi principali della mia lunga assenza, né saranno addotti come tali. Ad un certo punto, durante questa strana e per molti versi unica esperienza che sto vivendo, mi sono anche domandato se tra le cause che mi hanno portato a non scrivere per questo lungo tempo ci sia qualche motivo più profondo della mia pigrizia indolente e proterva. E alla fine mi sono trovato a pensare alla natura della mia “creatura”: più che un blog, un diario.

E che cos'è un diario? Per qualche anno, parecchio tempo fa, ho tenuto una sorta di diario privato, in particolare nei momenti in cui avevo paura di perdere memoria delle esperienza fatte, delle persone incontrate, delle parole e del loro peso. Dal mio punto di vista, un diario è quindi uno spazio artificiale, un interlocutore muto, da inventare quando il bisogno di condivisione delle esperienze quotidiane non trova altri canali in cui sfociare. In parole più semplici, scrivere un diario è per me una forma di lotta alla solitudine, perché proprio attraverso il diario posso parlare a qualcuno che (ancora) non c’è e non mi può ascoltare - anche se spesso non scrivo che per parlare con me stesso.

Ed io sì, per un certo periodo della mia permanenza qui sono stato, diciamo, solo. Nelle prime settimane la Russia si è presentata ai miei occhi come un intricato groviglio di problemi con la lingua, con le comunicazioni, con l’università, con i corsi, con lo studentato e con il cibo. Nelle prime settimane, in cui mi sentivo quasi totalmente estraneo alla realtà in cui ero capitato, provavo un bisogno molto forte di raccontare a tutti le cose nuove e bizzarre che mi capitavano, sia quelle negative (ops, il tetto perde un po’ di acqua, cara!) sia quelle positive (come le bellissime giornate di pesca).

Per fortuna, dopo un mesetto circa, in me si è consolidata una corazza protettiva di pessimismo che mi ha aiutato ad abituarmi a cose che all'inizio mi lasciavano esterrefatto (per esempio l’amore malsano delle governanti russe per il controllo e la burocrazia). L’insegnamento appreso, condensato in poche parole, dovrebbe suonare così: “Se una cosa può andare male, lo farà. Ed è meglio non chiedersi il perché.” Avevo insomma interiorizzato ad una velocità sorprendente la fatalistica sfumatura dello spirito russo, che Varlam Shalamov (scrittore sovietico detenuto per 15 anni in Gulag) così descrive: “E’ la fortuna tipica della Russia, che porta a felicitarsi con un innocente per i suoi soli cinque anni di lager. Perché poteva andar peggio, potevano essere dieci, persino la morte.”

Ma l’abitudine progressiva, il cinico callo a questo paese ed alle sue forme e dinamiche insondabili non è e non può essere la sola causa dell’interruzione del mio diario, perché sono sicuro che la risposta è un’altra. Anzi, la risposta sono gli altri. Proprio così: gli altri.
La vera ragione per cui ho smesso di scrivere per condividere le mie esperienze con le altre persone e non sentirmi più solo e lontano da tutti è molto semplice: ho smesso di sentirmi solo. 

Foto ricordo del viaggio
In primo luogo, non sono venuto qui da solo, per fortuna. Non so come avrei fatto a non impazzire o a cadere in depressione senza Marcello e Beatrice, e al sostegno che ci diamo l’un l’altro anche solo passando il tempo insieme (e sono sicuro che loro direbbero lo stesso). Penso di non aver mai condiviso così tanto la mia vita quotidiana con altre persone giorno dopo giorno, lezione dopo lezione (o, come direbbe Giorgio, tenebra dopo tenebra), e se potessi tornare indietro e scegliere di nuovo i miei compagni di viaggio, sceglierei loro, e nessun altro.

Ma questo non è tutto. Qualche settimana dopo il nostro arrivo, io ed i miei compagni eravamo comunque ancora sperduti, disorientati dal caos russo (per le strade, all'università, allo studentato) e sconfortati dal contatto quotidiano con una realtà che non riuscivamo a fare nostra. Finché una fortunata mattina, persi nel fondo di un'angusta marshrutka, una ragazza (che mai ringrazieremo abbastanza) ci sentì parlare tra di noi e, in un perfetto italiano, si presentò e ci raccontò di un centro di cultura italiana dove avrebbero avuto molto piacere di ospitarci.

Lì per lì, più che scettici, non ce ne fregava proprio nulla (il pessimismo era a livelli cosmici), e non accogliemmo l’invito con salti di gioia. Forse più per cortesia che per reale interesse alla fine accettammo, accordandoci per un incontro un pomeriggio davanti al Kreml’. Quel pomeriggio fissato, ci trovavamo sotto le mura bianche del campanile, quando ad un certo punto si avvicinò a noi una macchina, che ci portò al centro di cultura italiana, il “Passerotto”. E fu così che incontrammo Tamila.

La fondatrice del centro italiano di cultura alla prima impressione sembra “solo” una persona molto gentile che parla in italiano meglio degli italiani stessi, ma dopo un po’ rivela la sua vera natura: dietro al suo sorriso e alla sua disponibilità si nasconde in realtà un vulcano inarrestabile di idee, di entusiasmo e soprattutto di energie che non si ferma davanti a nessun ostacolo - sia essa la concorrenza sleale o una pessima copia di Lady Gaga. Soprattutto, senza di lei non esisterebbe “il Passerotto”, un centro di cultura italiana (ma anche francese, inglese, spagnola, peruviana…), il cui miglior pregio non sono né gli ottimi corsi di lingua, né le splendide aule, né gli insegnanti madrelingua.

Il miglior pregio del Passerotto è che non si tratta di una semplice scuola, ma di una famiglia nel vero senso termine, cioè un gruppo di persone che insieme vivo e condividono esperienze. In breve, Via Kazanskaja 81 è diventata la nostra vera “casa” qui ad Astrachan’. Quando ci annoiamo e non riusciamo a vedere la fine di queste giornate russe troppo lunghe (eppure già quasi finite…), il nostro primo pensiero va al “Passerotto”, ed alle persone che abbiamo trovato lì dentro: Timur, Dasha, Masha, Alonso, i nostri studenti del corso A1, le ragazze del corso A2, e chissà quanti ne sto dimenticando…
 
Fra un mese, quando ripartiremo e torneremo ognuno a casa propria, penso che il pensiero più grande sarà rivolto alle persone che abbiamo conosciuto qui grazie al “Passerotto”, alla calda accoglienza ed alla gentilezza che ci hanno sempre donato, alla bellissima esperienza di insegnare l’italiano in Russia e soprattutto alle ore leggere ed al tempo passato insieme.
 Per questo ho smesso di scrivere. Perché ho trovato degli amici, e sono felice.

Ma non vi preoccupate: adesso torno. Il prossimo articolo, a brevissimo tempo, si intitolerà “Fenomenologia della vaktiorsha (governante russa)”.